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Giovedì 2 Settembre 2010
Relazione Annuale 2009
Associazione Italiana Allevatori
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GLI ALLEVATORI TORNANO IN PIAZZA SAN PIETRO PER LA FESTA DI SANT'ANTONIO ABATE

Appuntamento a Roma sabato 17 gennaio 2009 con una tradizione che si rinnova. In migliaia, con le loro famiglie, assisteranno nel cuore della cristianità alla Santa Messa in onore del santo Patrono che sarà celebrata dal Cardinale Angelo Comastri, cui seguirà la benedizione degli animali

Migliaia di allevatori e le loro famiglie anche quest’anno arriveranno a Roma, da tutta Italia, nella mattinata di sabato 17 gennaio 2009 per celebrare in forma solenne la ricorrenza di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e patrono degli allevatori.

L’appuntamento per questo importante evento nazionale che si svolge per il secondo anno consecutivo - promosso dall’Associazione Italiana Allevatori con la collaborazione e la partecipazione delle associate provinciali, regionali e nazionali - è alle ore 11 a San Pietro per la Santa Messa solenne che sarà celebrata sull’altare maggiore dal Cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica e vicario del Santo Padre per la Città del Vaticano.

Al termine della messa il Cardinal Comastri impartirà la benedizione a operatori del settore e animali (bovini, bufali, pecore, capre, cavalli, asini, conigli, polli e cani) ospitati in appositi recinti allestiti dall’Aia in rappresentanza di tutte le specie e razze allevate nel nostro Paese.

La ricorrenza di Sant’Antonio Abate – ricorda il presidente dell’Aia Andena – è sempre stato un appuntamento molto sentito dagli allevatori. Una tradizione antica che si tramanda da secoli e che ancora oggi è oggetto di una profonda devozione nelle nostre campagne, testimoniata anche dalle immaginette votive esposte nelle stalle. Un giorno speciale, di festa, per il mondo zootecnico nazionale, per invocare la benedizione e la protezione del Santo sugli uomini, i loro animali e i prodotti della terra. Un’occasione speciale altresì – rimarca Andena – a cui l’Aia intende continuare a dare il più ampio risalto possibile anche per ricordare a tutti l’impegnativo lavoro svolto dagli allevatori italiani per assicurare il proprio apporto al bene comune.

Allevare, nutrire, mantenere sano il bestiame per garantire ai cittadini alimenti di prima necessità quali latte, carne, formaggi o salumi - ottenuti nel rispetto dell’ambiente, del benessere degli animali e dei più alti livelli di sicurezza alimentare - vuol dire presenza continua negli allevamenti, impegno faticoso e quotidiano troppo spesso sottovalutato; una scelta di vita ed una sfida ogni giorno più coraggiosa.

La festa di Sant’Antonio Abate è per l’Aia anche un modo di rendere omaggio ai veri protagonisti della zootecnia nazionale: allevatori, tecnici, operatori ai più diversi livelli, che rappresentano un importante patrimonio di competenza e professionalità, una risorsa tecnica e socioeconomica per il Paese e la speranza per un futuro di progresso del settore.

Anche per questo il presidente dell’Aia, Nino Andena, invita i cittadini romani ad unirsi alla festa degli allevatori portando i propri “amici a quattro zampe”, animali domestici da compagnia e d’affezione, a benedire nella Piazza Pio XII di fronte al colonnato della Basilica.

 

Sant’Antonio Abate: tra storia e leggenda

 

Nato nel villaggio di Coma, nel cuore dell’Egitto, intorno al 250 d.C., Sant’Antonio Abate è morto ultracentenario nel deserto della Tebaide il 17 gennaio del 356, nel suo eremo sul monte Qolzoum. Seppellito in un luogo segreto, soltanto nel 561 fu scoperto il suo sepolcro e le reliquie cominciarono un lungo viaggio, da Alessandria d’Egitto a Costantinopoli, fino in Francia, dove, tra il IX e il X secolo, a Motte – Saint-Didier, fu costruita una chiesa in suo onore e dove sorse l’ordine degli Ospitalieri, detti appunto “Antoniani“; ordine poi approvato nel 1095 da Papa Urbano II e che avrà proprio il compito di prestare aiuto ed assistenza ai malati di “fuoco sacro“. Attualmente è sepolto nella chiesa di Saint Julien, ad Arles (Francia).

Antonio Abate, cresciuto in una famiglia cristiana di agricoltori, dopo la morte dei genitori, tra i 18 ed i 20 anni, si ritirò nel deserto della Tebaide (Alto Egitto) a lavorare e pregare, in un’antica tomba scavata nella roccia, rispondendo con digiuni e penitenze ad ogni genere di tentazioni del demonio.

E’ l’ispiratore del motto “Ora et labora”, poi adottato dai Benedettini.

Nell’iconografia della Chiesa il Santo è quasi sempre effigiato con a fianco il maialino. Per questo nella religiosità popolare il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, considerato il santo patrono di questa specie e, per estensione, di tutti gli animali domestici e della stalla. Così il patrono degli animali preserva maiali, buoi, cavalli, galline, conigli e tutte le altre bestie del podere da ogni epidemia e da ogni disgrazia. Nella sua iconografia compare, oltre al maialino, anche il bastone degli eremiti a forma di T, la “tau” ultima lettera dell’alfabeto ebraico e la campanella, quasi sempre in mano al Santo.

Nel giorno della sua festa liturgica, il 17 gennaio, si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici sui sagrati delle chiese.

E’ anche patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i pompieri, perché guariva da quel fuoco metaforico che era l’herpes zoster, nota appunto come “fuoco di S. Antonio“ o “fuoco sacro”. Per millenni, ed ancora oggi, si usa in molti paesi accendere nella ricorrenza i “falò di Sant’Antonio“, che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnano il passaggio dall’inverno alla primavera.
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