Il futuro dell’agroalimentare italiano si gioca su più tavoli: le tensioni commerciali derivanti dall’introduzione dei dazi da parte degli Stati Uniti, un contesto macroeconomico più incerto e meno favorevole, l’evoluzione delle politiche europee, la necessità di rafforzare la presenza su nuovi mercati internazionali. Uno scenario complesso e mutevole, che guarda al 2026 con luci e ombre, ma che continua a riconoscere nel sistema agroalimentare italiano una capacità di tenuta e di crescita superiore alle difficoltà. Ne abbiamo parlato con il presidente di Nomisma Paolo De Castro, che analizza trend, rischi e opportunità per una filiera strategica del Paese. Un export che cresce, nonostante i dazi. Nonostante l’incertezza globale e le tensioni geopolitiche, i numeri raccontano una resilienza del comparto che sorprende. «Il dato di pre-consuntivo per l’anno appena conclusa mostra una crescita intorno al +5%: un segnale chiaro che evidenzia quanto, nonostante i dazi e le difficoltà internazionali, il sistema agroalimentare italiano continui a spingere», spiega De Castro. 70 miliardi di euro di esportazioni agroalimentari nel 2025 confermano la forza dei prodotti Made in Italy sui mercati esteri. Ma i nodi stanno arrivando al pettine e sono molteplici i fattori di preoccupazione per le nostre imprese. Stati Uniti: mercato chiave, ma non esclusivo. «I dazi introdotti dall’amministrazione Trump, in parte assorbiti finora dal sistema distributivo e dagli esportatori, prima o poi si trasferiranno sul consumatore americano, con un inevitabile impatto sul carrello della spesa e sull’inflazione USA», introduce il Presidente di Nomisma. A complicare il quadro complessivo contribuisce il dollaro debole, che amplifica l’effetto dei dazi e sul quale non ci sono contromisure che le imprese possono adottare. «Più il dollaro si indebolisce, più noi ne subiamo le conseguenze due volte: oggi siamo già a una svalutazione del 13-14%, che riduce il valore delle nostre esportazioni, a cui si somma il 15% dei dazi». Tuttavia, esiste anche un effetto di compensazione: «I nostri principali competitor per alcuni prodotti scontano dazi ancora più alti e questo potrebbe favorire l’acquisizione di maggiori quote di mercato da parte delle nostre imprese. Il problema è che la torta complessiva potrebbe ridursi a causa del calo dei consumi e del rialzo dei prezzi sul mercato USA». È su questo equilibrio instabile che si gioca la partita negli Stati Uniti che, è bene ricordarlo, restano un mercato estremamente importante, rappresentando circa l’11-12% dell’export agroalimentare italiano. Il valore del Made in Italy. Guardando al 2026, i competitor a livello globale restano sostanzialmente gli stessi, mentre il vero fattore competitivo continua a essere rappresentato dal valore del Made in Italy. L’italian sounding è una pratica che colpisce solo le nostre imprese, non esiste un german sounding o un french sounding. Per questo sono fondamentali tutte le iniziative che possono contribuire a valorizzare e proteggere le nostre eccellenze. Un patrimonio di prodotti unici che oggi trova un ulteriore riconoscimento formale a livello internazionale, con l’ingresso della cucina italiana tra i Patrimoni culturali immateriali dell’UNESCO: «Un risultato non solo simbolico, ma che certifica anche il valore culturale, economico e identitario del nostro comparto agroalimentare, lo premia come sistema e rafforza ulteriormente la competitività delle filiere italiane sui mercati globali» – illustra De Castro. Nuovi mercati e promozione: la vera sfida per le imprese. In questo scenario in continua evoluzione, la risposta delle nostre imprese è sempre più orientata alla diversificazione dei mercati: «La ricerca di nuovi sbocchi è diventata una priorità per tutto il sistema agroalimentare italiano», sottolinea De Castro. Anche perché i consumi interni continuano a rallentare: «In Italia si consuma meno, la popolazione invecchia e la capacità di acquisto diminuisce. Questo ci condanna a esportare di più, cercando nuove destinazioni e mercati da sviluppare». Da qui l’importanza delle politiche di promozione, che però appaiono insufficienti: «Il budget UE per la promozione del sistema agroalimentare europeo è francamente insufficiente: per promuovere con vigore le nostre eccellenze sui nuovi mercati servirebbero maggiori risorse e iniziative sinergiche». L’Europa che arretra: PAC, rinazionalizzazione e regole. Ed è proprio dall’Europa che arrivano paradossalmente le maggiori preoccupazioni per gli operatori di settore. La proposta di riforma del Quadro finanziario pluriennale prevede un taglio significativo alla Politica Agricola Comune, fino al 25%, e una confluenza delle risorse in un fondo unico nazionale. «Questo a mio avviso rappresenta un passo indietro da parte dell’Europa – afferma De Castro – una sorta di rinazionalizzazione che rischia di creare distorsioni della concorrenza». In pratica, ogni Stato membro potrebbe decidere autonomamente come allocare le risorse, privilegiando difesa, sanità o infrastrutture. «Un esempio per capirci: se la Francia decidesse di investire una quota significativa di risorse sull’agricoltura e l’Italia no, preferendo altri ambiti, il risultato sarebbe una competizione profondamente sbilanciata in favore degli operatori transalpini». Questa linea, secondo De Castro, mette in discussione anni di politiche comuni che hanno contribuito a un significativo sviluppo del settore agroalimentare. Sul fronte normativo, accanto ad alcuni provvedimenti positivi – come il pacchetto vino, che introduce una robusta semplificazione e il rafforzamento delle regole contro le pratiche commerciali sleali – emerge anche qualche criticità. In particolare sul packaging: «L’Italia è leader europeo nel riciclo. Negli anni abbiamo raggiunto un equilibrio importante, che teneva conto anche delle specificità delle filiere agroalimentari, dalla sicurezza alla shelf life dei prodotti». Oggi, però, quell’equilibrio rischia di essere messo in discussione da norme tecniche che potrebbero penalizzare le imprese italiane. «È un tema molto delicato per cui dovremo necessariamente attendere – con qualche patema – sviluppi sugli accordi politici a livello comunitario», conclude De Castro. Per approfondire dati, analisi e scenari sul futuro dell’agroalimentare italiano e internazionale, Nomisma mette a disposizione studi e osservatori dedicati al settore. Un punto di riferimento per imprese e istituzioni chiamate a interpretare un contesto in rapida evoluzione.
