Produrre più proteine nel latte: una leva economica determinante per la redditività delle stalle!

13 Ottobre 2026

L’assessore Bond: “Per il futuro del latte e delle stalle venete indispensabile istituire l’Ocm Latte”.

“Le proteine rappresentano il futuro delle nostre stalle. Nel 1984 ci avevano assegnato 10,84 milioni di tonnellate di latte, il 56% del nostro fabbisogno. Oggi l’autosufficienza è all’87,7%, con una produzione di quasi 14 milioni di tonnellate di latte, un numero di stalle di poco superiore al 10% di quelle del 1984, meno vacche, ma con una resa media passata da 58 a 86 quintali per vacca: un miracolo di efficienza che, però, non basta più. Il mercato, infatti, consuma sempre meno latte fresco, favorendo le bevande vegetali. Se non esportiamo più i nostri formaggi, quindi, il prezzo alla stalla rischia di crollare. In questo quadro la proteina si rivela centrale da quattro punti di vista: la sostenibilità, perché meno proteina sprecata significa meno azoto e meno impatto, la redditività, perché gestirla bene fa margine, il benessere animale, in quanto una proteina giusta si traduce in una vacca più longeva, fertile e sana. E il valore della filiera”. Con queste parole il presidente di ARAV, Floriano De Franceschi, ha aperto sabato mattina il convegno “Le proteine nella stalla di vacca da latte: un percorso verso la sostenibilità fra nutrizione, benessere della mandria, valorizzazione delle proteine lattiero-casearie” alla Fattoria Pagiusco di Bressanvido (Vi). Concetti e numeri di tutto riguardo, specie se si considera che “il 62% del latte veneto – ha spiegato il direttore di ARAV, Walter Luchetta, che ha moderato la giornata – diventa formaggio a denominazione, per cui è divenuto fondamentale per gli allevatori produrre latte con la giusta proteina. Ed il lavoro avviene in stalla, attraverso un’alimentazione di qualità, il cui costo è sempre più alto, come per tutte le materie prime. Per questo essere efficienti sul fronte del razionamento proteico significa essere economicamente competitivi e sostenibili”. Si ricollega a questi temi il prof. Martino Cassandro del Dipartimento DAFNAE dell’Università di Padova, che evidenzia come “Il comparto lattiero-caseario italiano sta affrontando una fase di complessa congiuntura economica e normativa. Tra le principali criticità la volatilità dei mercati, l’aumento dei costi di produzione (+18% totale, con picchi del +19% sui mangimi e +23% sui foraggi) e la contrazione dei prezzi del latte alla stalla (-20%). A questo scenario si sommano le incertezze legate alle politiche comunitarie, i limiti sulle emissioni di azoto e carbonio, le problematiche sanitarie legate alle zoonosi e la concorrenza dei prodotti sintetici. Nonostante la forte pressione, il settore dimostra un’elevata efficienza strutturale. L’Italia detiene il 4% degli allevamenti europei e l’8% delle vacche da latte, ma genera il 9% della produzione comunitaria, posizionandosi come quinto produttore di latte nell’UE e quarto produttore mondiale di formaggi. Il patrimonio bovino da latte nazionale è concentrato per l’84% in cinque regioni, tra cui il Veneto”. La genetica rappresenta la chiave di volta. “Gli indici di selezione nazionale – ha aggiunto il prof. Cassandro – spingono da anni sul rapporto proteina/grasso a favore della caseina (con un’intensità da sei a sette volte superiore rispetto agli standard internazionali). Tale indirizzo selettivo, focalizzato sulla Frisona italiana, ha portato la resa media a oltre 111 quintali di latte per lattazione, aumentando la produttività per bovina da 14 a 20 forme di formaggio a pasta dura (es. Grana Padano o Parmigiano Reggiano)”. La sostenibilità economica delle stalle resta un nodo cruciale, come evidenziato dal prof. Carlo Angelo Sgoifo Rossi del Dipartimento di Medicina veterinaria e Scienze animali dell’Università di Milano. “La redditività degli allevamenti dipende dall’integrazione tra sostenibilità economica ed efficienza biologica e sanitaria dell’animale. Strategie chiave ha spiegato il prof. Sgoifo Rossi – includono l’ottimizzazione della gestione delle prime fasi di vita, l’incremento dell’efficienza ruminale tramite additivi naturali e la rigorosa prevenzione sanitaria per preservare le performance produttive. L’efficienza alimentare passa per la prevenzione dei disordini digestivi (come l’acidosi ruminale) e per un utilizzo mirato degli input proteici. Sostituire parzialmente fonti glucidiche o ottimizzare la stabilità del pH ruminale permette di massimizzare l’assimilazione dei nutrienti, riducendo gli sprechi metabolici, l’escrezione di azoto nell’ambiente e l’acquisto di costosi integratori proteici esterni. Le proteine del latte giocano un ruolo determinante, come sottolineato dal prof. Massimo De Marchi del Dipartimento Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse naturali e Ambiente dell’Università di Padova, che ha reso noti i risultati del progetto che ARAV ha promosso con Anare, Anapri, Anafibj, Regione Veneto e Università di Padova, il Progetto Micopro. Attraverso la raccolta di oltre duemila campioni individuali di latte proveniente da 23 allevamenti di vacche di razza Frisona, Pezzata Rossa e Rendena, è stato dimostrato che il miglioramento genetico delle caratteristiche di caseificabilità del latte rappresenta uno strumento concreto per migliorare la resa di caseificazione e la qualità del formaggio e dovrebbe essere implementato nelle filiere, come il monitoraggio dei medesimi parametri sul latte di massa aziendale e di caldaia in caseificio. Per favorire le imprese agricole e continuare a lavorare nella direzione giusta del miglioramento della qualità del latte, la Regione Veneto da anni finanzia bandi dedicati ad allevamenti e malghe, come ha descritto il dr. Lucio Della Bianca, direttore della Direzione agroalimentare e servizio fitosanitario della Regione Veneto, che a Bressanvido ha proposto una carrellata delle opportunità per il settore zootecnico veneto. In particolare, ha descritto i recenti bandi attivati nell’ambito del Csr, il fondo liquidità e le misure previste per i giovani al primo insediamento, quindi i sostegni previsti per le zone montane e gli aiuti a favore delle malghe. Si è soffermato anche sulle misure legate agli investimenti per la mitigazione dei cambiamenti climatici quindi alla riduzione delle emissioni zootecniche, agli investimenti per il benessere animale e sui fondi nazionali per la transumanza. Infine, ha posto l’accento sul fatto che tutte le domande che sono state presentate e che sono risultate ammissibili sono state finanziate. Lo scenario internazionale del settore latte è stato rappresentato dal dr. Piercristiano Brazzale, past president della Federazione mondiale del latte, che ha evidenziato come “Il settore lattiero-caseario sta affrontando forti pressioni legate all’impatto ambientale e alle nuove tendenze dietetiche. Tuttavia, i dati della Federazione mondiale del latte e della Fao evidenziano il ruolo strategico del comparto. E sul piano delle emissioni, il sistema zootecnico basato sui foraggi rientra in un ciclo fotosintetico essenzialmente net zero, dove l’impronta da fonti fossili rappresenta una quota minoritaria. Inoltre, il 96% dell’alimentazione bovina è composto da risorse non edibili per l’uomo o da sottoprodotti agricoli. L’analisi dell’impronta carbonica applicata alla densità nutrizionale dimostra come la ricchezza di nutrienti del latte renda il suo impatto unitario nettamente inferiore rispetto alle bevande vegetali. A fronte di una domanda globale di proteine animali prevista in crescita del 20% entro il 2050, il latte si conferma un alimento insostituibile per l’apporto di aminoacidi essenziali”. Messaggi importanti sono stati lanciati anche dall’assessore regionale all’Agricoltura Dario Bond, che ha richiamato l’esigenza di tutela della risorsa idrica e l’innalzamento degli standard qualitativi, che rappresentano la priorità difensiva per il comparto zootecnico veneto. “Sul fronte produttivo – ha spiegato Bond – la Regione punta a sostenere la ricerca sulla razione alimentare e sul miglioramento genetico, canalizzando le risorse della nuova programmazione verso i Gruppi Operativi, in stretta sinergia tra università, centri di ricerca e aziende agricole”. Per garantire flessibilità al settore, nel corso dell’incontro è stata rappresentata la proposta istituzionale, condivisa con la Lombardia, di introdurre un’Ocm Latte. “Superando le rigidità del Csr/Psr – ha aggiunto Bond – tale strumento consentirebbe di riallocare rapidamente i fondi tra promozione e investimenti secondo le fluttuazioni di mercato”. Infine, l’Assessore all’Agricoltura del Veneto ha posto l’accento sulla necessità di ridurre i controlli che pressano gli imprenditori agricoli e, spesso, impediscono loro di concentrarsi sul lavoro in stalla. “A tal fine – ha concluso Bond – ha preso il via un patto di collaborazione con gli enti di controllo per ridurre la pressione burocratica e tutelare la serenità operativa degli allevatori”. A chiudere la giornata di approfondimento è stato il vicepresidente dell’Associazione italiana allevatori, Claudio Destro, che ha sostanzialmente condiviso le proposte dell’assessore Bond, osservando che “Il comparto lattiero-caseario sta affrontando una grave crisi di sostenibilità economica. Con quotazioni attuali tra i 48 e i 50 centesimi al litro, i prezzi hanno registrato un incremento irrisorio nell’arco degli ultimi trent’anni, a fronte di un’inflazione crescente e dell’impennata dei costi di produzione (soia, mais e gasolio), ormai ben superiori ai 53 centesimi al litro. In quindici anni le aziende del settore sono crollate da 185.000 a circa 19.000. Pur a fronte di una maggiore efficienza produttiva e genetica, la drastica riduzione degli allevamenti ha determinato la quasi scomparsa della zootecnia da latte nelle aree montane e nel Centro-Sud, evidenziando i limiti delle politiche di settore e rendendo indifferibile un’autoregolamentazione tramite l’Ocm Latte” (Comunicato stampa ARAV – Ufficio Stampa: Matteo Crestani, e-mail ufficiostampamc@gmail.com).