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  22/05/2020
Progettualità del Sistema Allevatori per la Biodiversità: difesa delle razze d’interesse zootecnico grazie al progetto di certificazione “aziende custodi”

Il 2020 doveva essere un anno cruciale, a livello mondiale, per l’avanzamento delle azioni di conservazione della biodiversità, sia animale che vegetale: l’insorgere dell’emergenza della pandemia da Coronavirus  ha in parte frenato le iniziative degli organismi internazionali già programmate, ma nel nostro Paese la progettualità e le attività di A.I.A. e del Sistema Allevatori non si sono fermate. Anzi, proprio in virtù della importanza ai fini della protezione dell’ambiente e della Natura che la presenza umana, nel nostro caso degli allevatori, riveste, l’impegno a favore della biodiversità delle specie di interesse zootecnico si andrà a rafforzare. Un impegno sempre più consolidato, all’indomani della approvazione, da parte della Commissione europea, delle strategie per la Biodiversità e quella denominata “Farm to Fork “ (“dal campo alla tavola”), che intendono caratterizzare le politiche comunitarie nelle materie della conservazione della biodiversità e sulle scelte nell’alimentazione sino al 2030. Per quanto riguarda il campo di azione del Sistema Allevatori nazionale, a titolo di esempio si ricordano alcuni numeri significativi del patrimonio della biodiversità di interesse zootecnico dell’Italia, che può vantare ben 16 razze bovine autoctone e a limitata diffusione, presenti nei rispettivi territori: dalla campana Agerolese alla toscana Cabannina, dalle sicule Cinisara e Modicana all’emiliana Modenese, dalla piemontese Pezzata Rossa d’Oropa alla lombarda Varzese, che assieme alla Reggiana è stata al centro di un ottimo lavoro di recupero da parte dei rispettivi allevatori. Il numero totale di queste razze si aggira attorno agli 87 mila capi, tra maschi e femmine, distribuiti in circa 4.000 aziende iscritte a quelli che erano i relativi Registri Anagrafici e che ora, in virtù della nuova normativa sulla riproduzione animale sono tutti Libri Genealogici. Per rimanere alle razze già di Registro Anagrafico (d’ora in poi, quindi, Libri Genealogici), le equine sono 25, tra cavalli ed asini, e vanno dal cavallo Persano, al Sanfratellano, al Pentro, fino all’Asino dell’Amiata ed all’Asino Sardo; i capi totali sfiorano le 20 mila unità, distribuiti in oltre 4.500 allevamenti. A queste vanno aggiunte altre razze iscritte a Libri Genealogici ed a Registri Anagrafici già tenuti da A.I.A. e da altre Associazioni Allevatori, sia per gli equidi (Libro Genealogico del cavallo Murgese, del Norico e del Lipizzano), che per gli ovicaprini, i suini, gli avicoli ed i conigli. Sempre a titolo di esempio, nel comparto ovino oltre alle dieci razze di Libro Genealogico Asso.Na.Pa. (dove si trovano la Sarda, la Comisana, la Massese e la Bergamasca), si annoverano ben 51 razze autoctone di Registro Anagrafico (si ricordano l’Alpagota, l’Altamurana, la Bagnolese, la Brianzola, la Gentile di Puglia, la Laticauda e la Pomarancina). In totale sono oltre 430 mila capi distribuiti in più di 3 mila allevamenti. Per i caprini, alle tre razze di Libro Genealogico dell'Associazione Nazionale della Pastorizia (Camosciata delle Alpi, Saanen e Sarda) si aggiungono ben 48 razze autoctone di Registro Anagrafico (Bionda dell’Adamello, Girgentana, Verzaschese, Nicastrese, Orobica, solo per citarne alcune). I capi totali sono oltre 86 mila, distribuiti in quasi duemila allevamenti. Completano il quadro le specie avicunicole, tra le quali le 43 di Registro Anagrafico di competenza dell’Associazione Nazionale Coniglicoltori Italiani e quaranta avicole. “Le strategie di tutela e conservazione di tutte queste razze – afferma il presidente dell’Associazione Italiana Allevatori-A.I.A., Roberto Nocentini – devono proseguire anche in un quadro generale di crisi economica. Il valore della nostra biodiversità, infatti, non è solo quantificabile dal punto di vista della loro convenienza ai fini produttivi e riproduttivi, ma ha una valenza anche culturale, etica e sociale, di presenza delle attività umane nei rispettivi territori”. “L’azione del Sistema Allevatori italiano – aggiunge il direttore generale di A.I.A., Roberto Maddé – oltre a recepire l’invito delle organizzazioni internazionali emanazione delle Nazioni Unite a valorizzare la biodiversità, ha anche una finalità fondamentale nel fornire cibo di prossimità e da filiera corta alle popolazioni che vivono in zone particolari del territorio, con riflessi sulla sicurezza alimentare e la conservazione della variabilità genetica autoctona. La certificazione che A.I.A. in collaborazione con l’organismo di certificazione DQA (Dipartimento Qualità Agroalimentare) sta progettando, in aggiunta a quella già esistente per il benessere degli animali e per la sostenibilità ambientale, anche in termini di uso dei farmaci e rilascio di emissioni nell’ambiente, va in una direzione che potremmo definire multi-funzionale. L’individuazione e la certificazione, cioè – conclude il Direttore Generale A.I.A. - di ‘aziende-custodi’, nelle quali la conservazione della biodiversità animale, dei prati-pascoli e di altre risorse naturali deve essere tradotta anche economicamente per il ruolo che gli allevatori hanno, dal punto di vista etico, culturale e tecnico”.


 


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