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l'Allevatore magazine



Editoriale

"La crisi del latte vista da Bruxelles"

La crisi del settore lattiero caseario non può certo essere liquidata come un fatto congiunturale, perché è il segno evidente di quanto essa sia diventata strutturale, coinvolgendo non solo le aziende zootecniche, ma l’intera filiera. E questo non riguarda solo l’Italia, ma molti altri Paesi della Ue.

Le dinamiche dei prezzi lo testimoniano, ma soprattutto si sente la latitanza dell’Unione europea che dopo aver chiuso il capitolo quote latte, di fatto non ha mai dato troppa concretezza a quel famoso paracadute che doveva servire a consentire un atterraggio morbido nel nuovo regime.

Sotto un certo punto di vista sembra quasi che Bruxelles abbia preferito nazionalizzare il tema del latte delegando le decisioni ai singoli Stati membri, piuttosto che cercare una vera soluzione politica.

Certo, il decreto interministeriale per l’indicazione obbligatoria in etichetta dell’origine per il latte e i formaggi è una svolta decisiva per il comparto lattiero-caseario e non dobbiamo nemmeno dimenticare gli interventi Mipaaf per il settore, un piano da 120 milioni di euro.

Vorremmo però capire meglio quali saranno le prossime mosse e cosa si intenda quando il Mipaaf parla di un impegno congiunto con Francia, Spagna e Germania per cercare soluzioni alla crisi partendo dal finanziamento Ue per ridurre volontariamente l’offerta.

Ma, guardando alla crisi in un’ottica europea si osserva quanto netto sia lo scollamento fra la Commissione e il Parlamento europeo e, quanto in questo caso, a farne le spese siano primariamente gli allevatori e non certo l’industria.

Ecco perché occorrono misure urgenti, di valenza europea, in linea con la Pac e capaci di riportare la crisi del Vecchio Continente in un ambito di normale gestione di un mercato strategico per l’Europa, per i suoi consumatori e per l’inestimabile patrimonio di produzioni a denominazione di origine di cui la Ue è ricca.

Commissario Hogan, se ci sei batti un colpo.