Editoriale
"Il mondo ha fame, noi possiamo nutrirlo"
A ben guardare la nuova Pac, cercando di interpretare non senza qualche oggettiva difficoltà le grandi manovre di Bruxelles, viene quasi il dubbio che la vecchia Europa stia abdicando dal ruolo che ha avuto sino a oggi, preferendo a un approccio produttivistico una impostazione para-ambientalista di grande appeal, ma con oggettivi limiti. Il tutto mentre sulla scena internazionale colossi come la Cina stanno acquistando “fette” di terra in tutto il mondo (l’ultima segnalazione viene dall’Islanda) perché la vera sfida del futuro si giocherà sulle risorse “fisiche” per alimentare la popolazione mondiale.
E di terra, lo sappiamo bene, non ne possiamo produrre di nuova. Allo stesso modo in cui aziende multinazionali impegnate nel “food business”, con interessi dall’agricoltura al mercato delle commodities hanno effettuato nei mesi scorsi investimenti miliardari per rafforzare la propria posizione nel mercato dell’alimentazione animale pur di acquisire il know how per essere sempre avanti nella delicata arte di nutrire al meglio gli animali da reddito e ottimizzare l’impiego di materie prime nobili, riducendo la competizione diretta “uomo-bestiame”.
Lo scenario è questo e l’orizzonte temporale che i demografi ci prospettano prima che la popolazione mondiale abbia un miliardo in più di bocche da sfamare è lungo appena (perdonate il paragone poco nobile) quanto un mutuo agrario. Ci piacerebbe come allevatori, come imprenditori agricoli e come cittadini, che anche la nuova politica agricola comunitaria si facesse carico di questo orientamento mondiale, dando a tutti noi gli strumenti più flessibili per dare il nostro contributo. Nel dovuto rispetto del Pianeta, ma con una Pac all’altezza della situazione.
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