Editoriale
Più che l’ignoranza poté la malafede
Speravamo che non ce ne fosse bisogno, ma le estemporanee prese di posizione di alcuni esponenti del mondo agricolo contro Aia e il suo contributo alla sicurezza alimentare in Italia, meritano un’ulteriore spiegazione su cosa oggi si intenda per “sicurezza alimentare”. Confidando che queste ennesime “sparate” siano figlie dell’ignoranza e non della malafede.
Il nostro compito istituzionale è quello della tenuta dei Libri genealogici, del miglioramento genetico e della selezione: non ce lo siamo dimenticati. Ma se il nostro sistema allevatori riesce a trasformare i dati che scaturiscono da queste attività in valore aggiunto per tutti gli allevatori, mettendo inoltre a disposizione dell’intera società queste conoscenze, ci attenderemmo almeno un segno di apprezzamento e non certo qualche inutile bordata.
Vorremmo ricordare che in Italia i nostri tecnici controllano gli animali uno ad uno e ne analizzano individualmente il latte prodotto: ci sono 16 milioni di analisi a testimoniarlo. Se grazie alle nostre verifiche si trovano aflatossine nei mangimi o nel latte, offrendo gli strumenti per togliere il prodotto non conforme dalla filiera alimentare, si può parlare di sicurezza alimentare o no? Se grazie alla selezione e al benessere animale il bestiame è più sano, si ammala meno e ha bisogno di meno farmaci, il consumatore sarà più sicuro o no? Se la tracciabilità di origine che la nostra capillare presenza in stalla rende disponibile a costo zero potrà aumentare la fiducia nel “vero” prodotto italiano, saremo tutti più tutelati nelle nostre scelte, o no? Ecco perché riteniamo che il finanziamento al sistema allevatori sia un investimento per tutta la società. Senza duplicazioni di ruoli, interessi privati o oscure manovre.
E da questo momento chi non lo vuol capire è in malafede.
Nino Andena, Presidente Aia
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