Editoriale
"Non c'è prezzo che tenga"
Ogni volta che in Lombardia si firma un nuovo prezzo del latte, chi sigla l’accordo sente la responsabilità di compiere un gesto capace di influenzare fortemente il mercato in tutto il resto d’Italia. D’altro canto dalle stalle lombarde esce il 40% del latte nazionale e qui i numeri pesano. L’asticella continua a superare “quota 40”, con un prezzo concordato di 40,3 centesimi/litro (+ Iva e premi qualità) per il periodo ottobre-dicembre, destinati a salire a 40,7 da gennaio a marzo, poi ci siederemo nuovamente attorno a un tavolo e si ripartirà a mercanteggiare.
Poco? Molto? Le giuste aspettative sono sempre alte, ma, non dimentichiamolo mai, non tutti in Lombardia producono latte per Grana Padano o Parmigiano Reggiano e in tanti attendevano la firma di questo accordo per avere un riferimento per tutte le altre tipologie di prodotto, dal latte alimentare ai formaggi molli. Consideriamolo quindi “solo” un prezzo minimo garantito.
Tutte le volte però, prima di firmare, mi fermo a leggere l’ormai classica intestazione che apre ogni contratto: “nella logica di consolidare un rapporto di reciproca collaborazione e soddisfazione e di consentire una giusta programmazione delle attività produttive, Italatte e i rappresentanti delle organizzazioni agricole lombarde (…omissis…) hanno definito il seguente accordo per la determinazione del prezzo del latte alla stalla (…omissis…)”. E mi chiedo quanto realmente dovremmo farci pagare per tutti quei valori etici, ambientali, di sicurezza alimentare di cui il nostro latte è portatore sano. Specialmente in questi giorni di dissesti idrogeologici e disoccupazione galoppante. Ma questo è un altro discorso, ancora più difficile.
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